Dimissioni a tempo indeterminato
Si chiamano “dimissioni in bianco” e sono una delle piaghe sommerse, ma sempre più diffuse, del mercato del lavoro in Italia, la clausola nascosta del 15% dei contratti a tempo indeterminato, un ricatto che colpisce due milioni di dipendenti, in gran parte donne.
Al momento dell’assunzione le aziende fanno firmare al lavoratore un foglio completamente in bianco, o magari una pagina già compilata ma senza una data, in cui il neo dipendente presenta le proprie dimissioni. Questa lettera viene custodita dal titolare che così può decidere, in ogni momento, di mandare via quel dipendente senza neppure doverlo licenziare, mettendosi al riparo da cause e contenziosi. Una volta firmata la lettera è quasi impossibile dimostrare che si è stati costretti a firmare.
Si può essere “dimissionati” per la nascita di un figlio, una malattia, l’età, i rapporti con il sindacato. O “allo scadere dei benefici della legge 407 del 1990, che permette ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato di non pagare per 3 anni i contributi al neo-dipendente che viene coperto direttamente dall'Inps”. In qualsiasi momento quella lettera, strumento di ricatto, può saltare fuori.
Per arrestare il fenomeno il governo Prodi aveva varato una legge, la numero 188 del 17 ottobre 2007, che imponeva che le dimissioni fossero presentate su moduli identificati da codici alfanumerici progressivi, validi non oltre 15 giorni dalla data di emissione. Purtroppo la legge entrò in vigore soltanto all’inizio del 2008, poco prima che si sciogliessero le camere, ma tale strumento deterrente fu repentinamente eliminato dal primo provvedimento del governo Berlusconi e la legge fu cancellata ad opera dell’allora ministro Sacconi.
Noi Giovani dell’Italia dei Valori chiediamo al Ministro Fornero di intervenire immediatamente per fermare una prassi, sempre più diffusa, che tiene in ostaggio i lavoratori, sottoposti al giogo dei loro datori di lavoro che hanno la possibilità di ricattare i lavoratori e pretendere che questi ultimi non reclamino neppure quei diritti fondamentali previsti dalla legge e posti a tutela del lavoratore.
L’Italia rischia di perdere la sua accezione di “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, poiché sempre di meno i lavoratori percepiscono la propria posizione quale centrale nell’ordinamento italiano, da tutelare imprescindibilmente, sempre di più invece sono le modalità attraverso cui si cerca di ledere la dignità di quanti, con il loro lavoro, costituiscono il fondamento del nostro Stato.
Rudi Russo
Coordinatore nazionale Giovani IDV
Consigliere Regione Toscana















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