Giuseppe Fava, giornalismo come sinonimo di libertà

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“Io ho un concetto etico di giornalismo. Un giornalismo fatto di verità, impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, sollecita la costante attuazione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo si fa carico di vite umane. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze, che non è stato capace di combattere". Nel 1981, in un editoriale edito sul Giornale del Sud, così Giuseppe Fava illustrava il suo modo di intendere la professione di giornalista ed intellettuale.

Parole più che mai attuali, in un contesto politico, sociale e culturale in cui vige costante la volontà di porre un freno alla prodigalità della verità, in cui chi prova a dissentire dagli stereotipi precostituiti e imposti dalla campagna di regime, si ritrova assai spesso senza più un lavoro o ricoperto da una schiera di menzogne infamanti.

Giuseppe Fava, uomo carismatico, colto e illuminato che dedicò tutta la sua vita all’affermazione della verità e della giustizia, fuggì e rifiutò sempre con disprezzo qualsivoglia forma di compromesso.

Consacrò, in particolare, la sua professione alla strenua denuncia della mafia ed ai suoi stretti legami con il mondo politico ed imprenditoriale catanese, nonostante il progressivo isolamento cui andò incontro.

Fu per merito anche delle inchieste di Fava che, nel 1983, l’intreccio tra mafia e politica a Catania divenne così palese da costituire un caso nazionale. Nonostante la campagna di delegittimazione proveniente da più parti (compreso il suo mondo, quello intellettuale), proseguì incondizionatamente nella sua opera di denuncia.

Decise, così, di rispondere mediaticamente al progressivo isolamento cui andò incontro con una celeberrima intervista rilasciata a Enzo Biagi, appena una settimana prima del suo assassinio:

“ Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da secoli contro la mafia. I mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi sono ministri, i mafiosi sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono al vertice della nazione. Nella mafia moderna non ci sono padrini, ci sono grandi vecchi i quali si servono della mafia per accrescere le loro ricchezze, dato questo che spesso viene trascurato. L’uomo politico non cerca attraverso la mafia solo il potere, ma anche la ricchezza personale, perché è dalla ricchezza personale che deriva il potere, che ti permette di avere sempre quei 150mila voti di preferenza. La struttura della nostra politica è questa: chi non ha soldi, 150mila voti di preferenza non riuscirà ad averli mai! I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Ad esempio si dice che i fratelli Greco siano i padroni di Palermo, i governatori. Non è vero, sono solo degli esecutori, stanno al posto loro e fanno quello che devono fare. Io ho visto molti funerali di Stato: dico una cosa che credo io e che quindi può anche non essere vera, ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità…”.

Venne freddato da mani mafiose il 5 gennaio 1984 a Catania, dopo che i potenti della città tentarono fino all’ultimo istante di comprare lui e il suo giornale “I Siciliani”.

Le autorità, contro ogni evidenza, preferirono immediatamente etichettare l’omicidio come delitto passionale prima e come omicidio legato a un movente economico poi. Anche le istituzioni, con il sindaco Angelo Munzone in testa, diedero peso a questa tesi così stravagante, tanto da non organizzare una cerimonia pubblica alla presenza delle più alte cariche cittadine.

Per arrivare a considerare l’omicidio di Fava un delitto di mafia sono dovuti trascorrere tantissimi - troppi - anni. Fava, infatti, sembra dar fastidio anche da morto: e qualcuno vuole impedire che diventi un simbolo della lotta a Cosa Nostra.

Oggi, a 28 anni dall’omicidio, il suo coraggio, il suo spessore morale e i suoi insegnamenti sono più vivi che mai nel ricordo dei Giovani IDV Sicilia e rappresentano un punto di riferimento importante per le giovani generazioni che credono e combattono ancora per un futuro in cui i canoni di libertà, verità e giustizia non siano parole povere di significato.

Come disse una volta lo stesso Fava, “Io mi batterò sempre per cercare la verità in ogni luogo ove ci sia confronto fra violenza e dolore umano. E per capire il perché”.

Antonio Cambria
Resp. area tematica legalità - Dipartimento Giovani IDV Sicilia
 

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Ritratto di Anonimo

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