La caserma tra le ombre
Con la cerimonia di consegna da parte dell’assessore regionale, On. Russo, del decreto di finanziamento al generale Teo Luzi, comandante provinciale dei carabinieri, da oggi la villa con annessa piscina immersa nel lussuoso plesso residenziale di via Bernini n. 54 a Palermo, e nota come covo dell’ultimo periodo della latitanza del boss corleonese Totò Riina, sarà destinata ufficialmente ad ospitare una caserma dei carabinieri nel quartiere Uditore, al termine dei lavori di ristrutturazione che, secondo le previsioni, dovrebbero durare circa dodici mesi.
“Una giornata importante per l’Arma”, ha sottolineato con soddisfazione il generale, “viene così istituita una stazione dei carabinieri in una zona notoriamente molto difficile, che consentirà di essere più vicini ai cittadini del quartiere e che assume anche una valenza storica e simbolica, in quanto il rifugio di uno dei latitanti più pericolosi e sanguinari della storia d’Italia diventerà, ben presto, un presidio di legalità”.
Una mattinata che ha, dunque, vissuto alti momenti di euforia per la portata significativa dell’evento che, tuttavia, non può far passare in secondo piano quanto quella villa costituisca, a distanza di 19 anni dall’arresto di Riina, ancora oggi uno dei più inquietanti misteri nostrani.
Infatti, dopo la cattura del capomafia corleonese, operata dagli uomini del Ros guidati dal capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio, il 15 gennaio 1993, contrariamente ad ogni logica e ad ogni aspettativa, quel covo di via Bernini non verrà perquisito fino alla mattina del 2 febbraio, quando gli investigatori lo troveranno completamente svuotato e “ristrutturato”.
Alcune condotte incomprensibili e le tante ombre creeranno, così, un alone di mistero su una operazione indubbiamente storica che porterà, a distanza di diversi anni, a processo il generale Mori e Sergio De Caprio, con l’accusa di aver favorito Cosa Nostra. Il procedimento, celebrato innanzi al Tribunale di Palermo, si concluderà il 20 febbraio 2006 con una sentenza di assoluzione perché “il fatto non costituisce reato”, pur riconoscendosi nell’operato dei due Ufficiali un effettivo favoreggiamento alla mafia con una condotta, tuttavia, non dolosa.
Una sentenza che costituisce un punto di partenza, ma certamente non di approdo di una vicenda tutt’altro che chiara. Al contrario di quanto sostenuto a più riprese dal capitano Ultimo, numerosi pentiti di mafia hanno negli anni parlato di un archivio tenuto da Riina nella propria abitazione, oltretutto in un periodo storico particolare, essendo in quel momento in corso la cosiddetta “trattativa”. Del boss corleonese, affermano i pentiti Brusca e La Barbera, Cosa Nostra ha voluto far sparire ogni traccia, in quanto vi era il concreto rischio che qualsiasi cosa fosse finita nelle mani della magistratura avrebbe condotto a nuovi approfondimenti ed indagini.
Oggi, su quella villa aleggiano ancora tante nuvole che il tempo non ha allontanato e che costituiscono, 19 anni dopo, una delle pagine più nere di quel periodo storico, immediatamente antecedente all’instaurarsi della Seconda Repubblica. Una pagina nera che stamattina è risuonata in modo sinistro anche sui momenti di euforia vissuti dall’Arma, nell’istante in cui da qualche parte si è provato ad evidenziare al generale Luzi la portata simbolica dell’evento anche in termini di “compensazione” postuma alla mancata perquisizione del 1993 da parte dei carabinieri, con conseguente e immediata elusione del tema da parte dell’Ufficiale, coperta da malcelato fastidio e risentimento per aver rievocato quella ferita ancora aperta in un giorno di festa.
“E’ la vittoria del bene sul male”, ha più volte ripetuto il generale. Già. Ma ci si augura anche che questo nuovo “presidio di legalità” possa, finalmente, diradare le copiose ombre che si annidano su questa vicenda e scacciare, finalmente, i tanti fantasmi che, oggi come 19 anni fa, gravitano all’interno di quella villa dei misteri.
Antonio Cambria
Resp. Area tematica legalità e antimafia – Dipartimento Giovani IDV Sicilia














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