La Primavera araba e le tre domande agli europei

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Parlare di Medio-Oriente e mondo arabo in generale, è per un occidentale quasi sempre una operazione pericolosa: è facile che la riflessione e il discorso siano profodamente influenzati e viziati dalla visione romantica che di questa categoria geografico-culturale si ha.

Tutta la tradizione europea è intrisa di preconcetti che vogliono il mondo arabo come qualcosa di inscindibilmente legato alla religione islamica, ai fasti dell'Impero ottomano, alle corti fiabesche di potentissimi sultani circondati di ogni lusso, a bey capricciosi e dispotici, a saggi sceicchi e coraggiosi rais, a uomini dotati di immenso potere sui propri sottoposti e a donne dal fascino misterioso che passavano il giorno tra loro nei leggendari harem sotto lo stretto controllo dei fedeli eunuchi, attendendo il momento in cui una di loro sarebbe stata scelta, tra le tante altre mogli e concubine, come compagna per la notte dell'uomo cui erano legate.

In poche parole, quello dell'occidentale rispetto all'Oriente è un pensiero stereotipato e pregiudiziale. E come la letteratura è stata ingabbiata in questo schema mentale, così anche la scienza politica non ha saputo compiere grandi passi nel tentativo di comprendere quanta complessità si nasconda dietro sistemi sociali tanto prossimi a noi geograficamente, quanto differenti culturalmente. Non è un caso che proprio uno dei maestri del pensiero liberale tenuti in maggiore conto ancora oggi, nel XXI secolo, Charles Louis de Montesquieu, abbia tratteggiato nelle Lettres persanes, prima, nel De l'Esprit des lois, poi, il sistema di governo "maomettano" come esempio paradigmatico del dispotismo (ovvero, di quello basato sulla paura e che meglio si confà agli Stati di grandi dimensioni e situati in zone climatiche calde), in contrapposizione al mondo romano, nordico e cristiano:

Une des choses qui a le plus exercé ma curiosité en arrivant en Europe, c'est l'histoire et l'origine des républiques. Tu sais que la plupart des Asiatiques n'ont pas seulement d'idée de cette sorte de gouvernement, et que l'imagination ne les a pas servis jusqu'à leur faire comprendre qu'il puisse y en avoir sur la terre d'autre que le despotique. (...) pour l'Asie et l'Afrique, elles ont toujours été accablées sous le despotisme, si vous en exceptez quelques villes de l'Asie mineure dont nous avons parlé, et la république de Carthage en Afrique. (...)  Lorsque les peuples d'Asie, comme les Turcs et les Tartares, firent des conquêtes, soumis à la volonté d'un seul, ils ne songèrent qu'à lui donner de nouveaux sujets, et à établir par les armes son autorité violente: mais les peuples du Nord, libres dans leur pays, s'emparant des provinces romaines, ne donnaient point à leur chefs une grande autorité.

(Lettres persanes, Lettre CXXXI)

Pendant que les princes mahométans donnent sans cesse la mort ou la reçoivent, la religion, chez les chrétiens, rend les princes moins timides, et par conséquentmoins cruels. Le prince compte sur ses sujets, et les sujets sur le prince. Chose admirable! la religion chrétienne, qui ne semble avoir d'objet que la félicité de l'autre vie, fait encore notre bonheur dans celle-ci.

(De l'Esprit des lois, Livre XXIV, Chapitre III)

Questo è l'approccio che l'Illuminismo europeo aveva rispetto all'Oriente arabo. Da allora la visione non deve essere molto cambiata da allora, se è vero che gli avvenimenti della "primavera araba" hanno colto di sorpresa moltissimi analisti politici occidentali: evidentemente la vecchia storia del popolo sottomesso e rassegnato ad un destino di dominazione autoritaria ha retto nel corso dei secoli.

Eppure, la "primavera araba" c'è stata, in alcuni Paesi ha segnato un cambio totale di regime e ha aperto una nuova stagione consacrata dalla convocazione di Assemblee costituenti per la redazione di nuove Costituzioni.

Ora però siamo nella fase di mezzo: i vecchi e corrotti sistemi dittatoriali sono collassati, ma ancora non si riesce a vedere con precisione dove porta la strada che è stata intrapresa.

E qui un liberale occidentale si trova di fronte ad un noto e antico interrogativo: la cultura araba è compatibile con categorie politiche e giuridiche come libertà individuale, rule of law, tutela delle minoranze, laicità dello Stato, giustizia sociale? Nella presunzione simile a quella di un vecchio aristocratico decaduto, la risposta, proprio per quella visione stereotipata di cui si è detto, è contrassegnata quanto meno da un certo scetticismo. Non è forse vero che alle elezioni i migliori risultati sono stati conseguiti dai partiti confessionali che si ispirano a una religione monoteista e perciò assolutista nell'affermazione dei suoi valori? Questo è vero. Ma dal momento che i rovesciamenti di governo non comportano mai davvero un "inizio da zero" e gli uomini e le donne non sono dei robot che si possano impostare a seconda dei momenti storici, forse i partiti confessionali sono quelli che maggiormente riescono a trasmettere un senso di appartenenza rispetto a valori sociali ben noti e largamente condivisi. Dopotutto, questo discorso non dovrebbe meravigliare un Continente che anche oggi vede presenti in tutti gli Stati partiti di ispirazione cristiana e che peraltro sta mostrando segni di preoccupante cedimento interno, come i fatti dell'Ungheria e della Romania dimostrano. L'attenzione, piuttosto, deve essere puntata sul fatto che tutti questi partiti accettino il "gioco democratico" e non diventino nemici del pluralismo politico e sociale di cui ora possono godere, evitando di cadere nello stesso tragico errore dei loro antichi persecutori.

La seconda domanda che, nel tentativo di un ragionamento sul "futuro", dobbiamo porci è: potrà e dovrà ora cambiare qualcosa nei rapporti tra l'Unione europea e i nuovi governi? Forse sarebbe il caso di pensare una politica commerciale più innovativa e "premiante" quei sistemi democraticamente virtuosi, piuttosto che prevedere accordi di scambio praticamente identici per tutti. La proposta potrebbe essere, in pratica, quella di subordinare i progressi nelle relazioni con l'UE al rispetto di quegli stessi parametri su cui vengono valutate le domande di adesione degli Stati europei. Insomma, la Carta di Nizza e i principi generali del TUE potrebbero ben essere basi di valutazione politica, onde evitare atteggiamenti ipocritamente rispettosi della sovranità nazionale, dietro i quali si nasconde in realtà un calcolo di interessi che tiene egoisticamente conto dei soli vantaggi economici per i Paesi dell'UE.

Il terzo interrogativo, più inquietante, riguarda il ruolo dell'UE nel contesto internazionale generale: come può l'Unione rivendicare autorevolezza e credibilità sul piano delle relazioni mondiali, dopo essere stata tanto assente nei momenti più cruciali? Già dall'inizio delle rivolte, ma ancor più nel corso della guerra di Libia, è arrivata puntualmente la conferma che non solo "l'Europa non parla con una voce sola", ma che mancano del tutto gli apparati di fonazione. A fronte di una baldanzosa intrapredenza dei governi nazionali, l'Unione non ha saputo richiamare all'ordine i suoi membri ricordando loro i poteri attribuiti all'Alto rappresentante dopo il Trattato di Lisbona. Evidentemente, la flebile voce dell'inconsistente Ms Ashton ha dimostrato che quello che era stato spacciato come rafforzamento delle competenze dell'UE in politica estera è in realtà una verniciatura molto superficiale che si sgretola al primo graffio. In questa situazione tanto disastrosa come si può pensare seriamente di portare avanti riforme del Consiglio di Sicurezza dell'ONU o del Fondo Monetario Internazionale che veda riuniti i seggi e le quote di partecipazione dei Paesi membri a favore di una rappresentanza unica dell'UE?

(rielaborazione dell'intervento al dibattito pubblico organizzato dai Giovani IdV Veneto "Il Futuro della Primavera araba" - Padova, 19 gennaio 2012)

 

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