Palestina e Israele: due Stati per due popoli

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Il testo della risoluzione sulla questione palestinese è stato adottato dal Coordinamento nazionale del 19 novembre, su proposta del Coordinatore dei Giovani piemontesi, Roberto Foderà. Con questo documento, i Giovani dell'Italia dei Valori fanno un primo punto sulla situazione mediorientale, ripercorrendo le tappe fondamentali dell'evoluzione dello status internazionale della Palestina.
 

 

Il Coordinamento nazionale

 

Considerato che:

1. La Palestina è stata, dai tempi delle crociate sino al 1918, sotto la dominazione prima araba e poi turca. Con la fine del primo conflitto mondiale l’impero ottomano fu virtualmente dissolto e la Palestina divenne un mandato britannico. La regione era abitata, all’inizio del ‘900, in maniera maggioritaria da popolazione arabo palestinese,essendo la popolazione ebraica massicciamente emigrata con la diaspora avvenuta ai tempi dell’impero romano. Durante la belle époque prese piede nelle comunità ebraiche europee e americane un movimento promosso da Theodor Herzl che propugnava il ritorno degli ebrei in Palestina.

2. La prima proposta di creazione di uno Stato ebraico fu avallata da un generico impegno di Lord Balfour, ministro degli esteri del Regno Unito durante la prima guerra mondiale. Tale promessa fu resa ancor più vaga dalla garanzia del mantenimento dei diritti arabi sul medesimo territorio.

3. La popolazione ebraica in Palestina crebbe inizialmente grazie all’arrivo di cittadini russi di religione ebraica immigrati a causa dei violenti pogrom fomentati dall’Okrana ( la polizia segreta zarista). Negli anni 20 e 30 la popolazione ebraica in Palestina, crescendo cominciò ad organizzarsi politicamente e socialmente, sostenuta da donazioni delle comunità ebraiche americane.

4. La questione ebraica arrivò al centro della politica mondiale a seguito dei drammatici eventi della seconda guerra mondiale. Le criminali politiche di persecuzione razziale messe in atto dalla Germania nazista in tutta Europa, che portarono all’orrore dei campi di concentramento spinsero gran parte dei sopravvissuti ad emigrare verso la Palestina. I movimenti sionisti, in particolare Haganah, organizzazione politica e paramilitare, cominciarono a preparare le fondamenta politiche, giuridiche e militari per l’indipendenza dello Stato d’Israele. Contemporaneamente era attivo il movimento terroristico noto come Irgun che combatteva le forze britanniche tramite attentati terroristici in tutta Europa. Particolarmente notevole fu l’attacco contro il King David Hotel che venne fatto saltare in aria in quanto sede del comando britannico. Contemporaneamente anche gli arabi si organizzarono militarmente, sotto la spinta degli stati confinanti con il mandato britannico e il Gran Muftì di Gerusalemme.

5. La questione fu sottoposta alle Nazioni Unite, che proposero all’Assemblea Generale un piano di spartizione il quale prevedeva la divisione del mandato in due Stati indipendenti con una Gerusalemme internazionale amministrata dall’Onu. Lo stato ebraico avrebbe compreso il 56% del territorio, il 43 % quello palestinese. La divisione proposta dall’ONU sostanzialmente rassomigliava a quelli che sarebbero poi stati i confini del ’67, con la Cisgiordania e la Striscia di Gaza leggermente ingranditi. La spartizione fu votata a maggioranza con 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astenuti. La risoluzione prevedeva che ambedue gli stati si dotassero di una Costituzione propria e di un Parlamento democraticamente eletto.

6. Scaduto il mandato britannico, i Paesi arabi attaccarono simultaneamente Israele. Dopo un breve conflitto gli israeliani respinsero l’attacco arabo e la Cisgiordania fu annessa al regno di Giordania e la striscia di Gaza all’Egitto. I rapporti tra Israele e gli Stati arabi confinanti, in particolare Egitto e Siria rimasero pessimi mancando completamente un riconoscimento dello Stato di Israele da parte dei paesi della Lega araba. Ad aggravare la situazione fu la decisione del Capo di Stato egiziano Nasser di chiudere il canale di Suez al traffico israeliano e gli ingenti preparativi militari effettuati di concerto con la Siria. Israele replicò con un attacco preventivo che portò alla distruzione degli eserciti di Siria ed Egitto e all’occupazione del Sinai e dell’altura del Golan nonché della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Siria ed Egitto, riorganizzatesi, attaccarono Israele a sorpresa nel 1973 durante la festa del Kippur ottenendo qualche successo parziale.

7. I palestinesi si erano nel frattempo organizzati nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. L’OLP guidata da Yasser Arafat, assieme ad altri movimenti si proponeva la liberazione della Palestina con ogni mezzo. Negli anni l’OLP divenne il centro del movimento indipendentista palestinese riuscendo a guadagnarsi un ruolo internazionale dopo la rinuncia alla lotta armata. Nel 1988 l’OLP dichiarò unilateralmente l’indipendenza della Palestina senza però ottenere riconoscimento internazionale.

8. Nel 1993 a Washington vennero firmati i cosiddetti “Accordi di Oslo” i quali prevedevano il ritiro delle forze armate israeliane dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania. Questi accordi pur segnando un grande passo avanti nel processo di pace, hanno lasciate irrisolte delle questioni che ancora oggi impediscono il compimento del processo di pacificazione.

9. Durante gli anni di occupazione dei Territori palestinesi erano state formate numerose colonie ebraiche interne alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza. Le autorità palestinesi oggi divise fra una Striscia di Gaza controllata dall’organizzazione islamica Hamas, che regolarmente ha vinto le elezioni svoltesi dopo la morte di Arafat e la Cisgiordania controllata dall’OLP, oggi nota come Autorità Nazionale Palestinese. L’ANP a differenza di Hamas riconosce il pieno diritto allo Stato d’Israele, chiedendo però l’istituzione di uno stato palestinese riconosciuto internazionalmente sulla base dei confini del 1967. Hamas, che ha ad oggi un saldo controllo sulla Striscia di Gaza, nega il diritto all’esistenza dello stato d’Israele. Attualmente in Israele la maggioranza parlamentare è formata da una alleanza di partiti di destra, tra i quali spicca la formazione dell’attuale ministro degli esteri Lieberman, Yisrael Beytenu, che propone tra le altre cose di rendere obbligatorio un giuramento di fedeltà allo Stato ebraico da parte di tutta la popolazione araba residente in Israele, opponendosi strenuamente a qualsiasi accordo negoziale che abbia come base i confini del 67. Negli anni scorsi Israele ha costruito un muro all’interno dei territori palestinesi per fissarne unilateralmente i confini e prevenire gli attacchi terroristici sul territorio israeliano. La costruzione di questo muro, pur riuscendo nell’intento di rendere più sicura la vita per i cittadini israeliani, mettendoli opportunamente al riparo da atti terroristici, ha comunque frazionato i Territori palestinesi attirandosi la condanna di numerose organizzazioni internazionali. Negli ultimi anni, la situazione in Cisgiordania è andata lentamente normalizzandosi, portando anche ad una ripresa economica del territorio. Le maggiori criticità sono rimaste nella Striscia di Gaza, territorio enormemente sovrappopolato e privo di molti beni essenziali. Il territorio della Striscia è stato negli ultimi anni la base degli attacchi di Hamas, divenendo perciò oggetto di operazioni, come Piombo fuso atte a neutralizzare il potere militare di Hamas.

10. Il perdurare del blocco su Gaza ha portato ad una pesante crisi umanitaria. Per farvi fronte varie organizzazioni internazionali hanno provato a rifornire la Striscia aggirando il blocco totale imposto da Israele. Una di queste spedizioni nel 2010 nota come Freedom Flotilla è stata bloccata con la forza, dalla marina israeliana, la quale ha sequestrato il carico abbordando anche navi di paesi neutrali come la Turchia, innescando così una gravissima crisi diplomatica. Il carico di queste navi è stato parzialmente consegnato nella Striscia, dalle autorità israeliane, tuttavia si è arrivati alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Israele e la Turchia.

11. Nel settembre 2011 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato una mozione per il riconoscimento dello Stato palestinese presso l’ONU secondo i confini del 1967. Tuttavia il Consiglio di Sicurezza ha respinto la mozione grazie al veto degli Stati Uniti. L’imposizione dettata dal governo americano rimanda l’auspicabile soluzione del problema, che passa inevitabilmente dal riconoscimento dell’esistenza di due Stati sovrani. Il difficile negoziato dei confini deve tener conto delle dimensioni demografiche di Israele e Palestina, che vedono una popolazione palestinese in continuo aumento stretta entro confini molto ridotti.

12. Il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese ha richiesto l’adesione a molte agenzie O.N.U per rafforzare la propria base di riconoscimento internazionale, riuscendo ad entrare recentemente nell’Unesco.

auspica che

entrambe le parti possano dare il loro impegno in nuovi negoziati. Così si potrà forse sperare in una durevole pace basata sulla tolleranza fra i popoli e non più solo sugli equilibri di forza fra le parti. Questo purtroppo coinciderà con dolorose perdite, che per Israele porterebbero alla rinuncia a molti insediamenti, il cui mantenimento oggi comporta comunque enormi spese di sicurezza per una popolazione ridottissima e con possibilità di ricollocazione. Forse il maggior ostacolo alla pace resta la tormentata storia di una terra tanto a lungo contesa, ove due popoli che hanno lungamente sofferto ingiustizie e prevaricazioni cercano un luogo in cui vivere.

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Ritratto di Rudi Russo

1 Commenti

Ritratto di Fabrizio

Per quanto possa valere la mia opinione, sono in totale disaccordo con la risoluzione decisa su Israele-Palestina, essendo io da tempo su posizioni non "due-popoli-due-stati" ma "due-popoli-uno-stato".

Come si può pensare di creare due nazioni divise dall'etnia! Da una parte gli uni, da una parte gli altri, e stiamo ben attenti che non si contamino? E in base a quali elementi creare i confini? Non si accontenterà mai tutti.

Un'ipotetico Nuovo Israele e un'ipotetica Nuova Palestina - che le gerarchie dei partiti più populisti israeliani non accetteranno mai - si affronterebbero ancor di più a suon di embarghi e violazioni territoriali continue a vicenda e non si risolverebbe nulla, anzi, a mio modo di vedere si acutizzerebbe il conflitto. I non appartenenti a una nazione dotati di doppio passaporto verrebbero probabilmente espulsi (es. arabi in territorio israeliano) e si cristallizzerebbe ancora di più il supporto di alcune nazioni a uno stato o l'altro ora internazionalmente riconosciuti.

Incominciare un dibattito su una prospettiva diversa appunto da quella "due-popoli-due-nazioni" è un imperativo, dopo decenni di trattative fallimentari. L'ONU dovrebbe far rispettare le risoluzioni violate dai governi israliani e abbattere i muri del West Bank e di Gaza verso uno stato che sia di tutti. Incominciamo a parlarne?

F. S.
Coord. prov. giovani IDV Belluno.

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