Verso il 2020. Quale Unione Europea vogliamo costruire?
C’è crisi. Non è semplicemente una questione economica, ma una conseguenza politica. Quello che abbiamo vissuto in Italia in questi ultimi anni ha messo in luce, in modo più evidente di altri, tutti i problemi che da qualche tempo strisciano silenti in tutte le Istituzioni Europee: la mancanza di una politica comune o, più semplicemente, della Politica. Dal post-allargamento del periodo 2004-2007, infatti, così com’è stato per il Governo Italiano, assistiamo anche nel vecchio continente a una completa ingessatura del processo di decision making, dove il Parlamento sembra svuotato di ogni competenza e gli organi di governo, come la Commissione Europea o il Consiglio, incapaci di concretare le decisioni che si rendono necessarie.
Nel mondo globalizzato dove i cambiamenti e le rivoluzioni avvengono con un click, basti pensare al ruolo dei social network nella cosiddetta “Primavera Araba”, ormai temporeggiare o il procrastinare le scelte non è più una decisione efficace ma, soprattutto, costa. In questo quadro “all’italiana”, dove l’Unione Europea c’è ma non si vede, si guarda ma non si tocca, in cui gli interessi nazionali prevalgono sul futuro comune e che si regge in precario equilibrio su un unico cardine che è l’economia, si è abbattuta una tempesta finanziaria d’altri tempi che ha fatto vacillare ulteriormente le poche certezze che eravamo riusciti a conquistare: il mercato e la moneta comune. Se inoltre persiste un’ostinazione tedesca a non voler parlare di strumenti finanziari che, oltre ad aiutare gli stati più in difficoltà, possano essere anche veicolo di crescita e sviluppo comune, come possono essere ad esempio i modelli di Eurobond proposti da Prodi, o della cosiddetta Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, progettare il futuro attraverso il complesso framework del Budget UE 2014-2020 diventa molto difficile. Ora è chiaro che in delicato meccanismo di contrappesi, muoversi per riformare un bilancio che è allo stesso tempo piccolo e incredibilmente grande, senza scontentare qualcuno è naturalmente impossibile. Bisogna quindi interrogarsi su quali saranno le risposte che, da un punto di vista liberale, vorremo dare per costruire la società europea del 2020. Nella crisi ci divideremo o troveremo la forza sinergica per crescere assieme?
Questo tema è talmente attuale che è stato al centro, oltre che del dibattito annuale all’interno della nostra famiglia dell’ELDR, anche del Congresso che si è svolto a Palermo dal 23 al 25 Novembre scorso oggetto di una risoluzione, a mio avviso, più che positiva. A seguito del rilascio delle dichiarazioni programmatiche da parte della Commissione Europea dello scorso 29 giugno, dopo un primo momento di assenza di una posizione ben definita, finalmente è stata definita una vision chiara e largamente condivisa dell’approccio con cui dobbiamo affrontare questo decennio che segnerà il successo o la sconfitta del progetto Europa. E’ giunta l’ora di scegliere se nel 2011 è ancora accettabile che oltre un terzo delle risorse sia destinato allo sviluppo delle politiche agricole comuni o se, invece, debbano essere impegnate maggiormente nella creazione di infrastrutture e nella costruzione di una rete della conoscenza. In fin dei conti si tratta di scegliere con quale filosofia decideremo di approcciarci alla sfida con la Cina e con le altre potenze mondiali esistenti ed emergenti: se attraverso una competizione industriale o su uno scambio di sapere. Capire, fino in fondo, i rischi di una Fortezza Europea isolata dal resto del mondo con un ritorno a un protezionismo fine a se stesso o comprendere i possibili vantaggi dello sfruttare uno snodo essenziale come il Mediterraneo per essere protagonisti e anello di congiunzione tra culture e popoli. Però, soltanto per avere la pretesa di porsi queste domande è assolutamente necessario, come recita il motto, essere “uniti nella diversità” ed avere un approccio che vada al di là del singolo interesse nazionale o regionale. La separazione scopre il fianco ad ogni tipo di speculazione, non solo quella economica, e termini come “spread” assumono un significato giaculatorio, come stanno scoprendo in questi giorni anche i francesi, l’altra faccia del famoso asse “Merkozy”. Ma vi immaginate un crack Parmalat o un caso Cirio (ma potrei citarne centinaia e non solo italiani) quali effetti avrebbero prodotto su una moneta come la Lira?
Avere una moneta slegata dalla mera logica statale ci ha aiutato ad assorbire e gestire le difficoltà in passato e, se avremo la capacità di utilizzarlo non come scusa ma come risposta, ci aiuterà ancora. Funziona, non c’è crisi che tenga.
Federico Minca














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